Un rimedio alla solitudine: mi ascolto e inizio un diario
Perché sto proponendoti di iniziare un diario?
Credo che per ciascuna età il diario abbia il suo perché.
E non è tanto importante quello che riesci a scrivere (per te stesso o per i posteri), ma ciò che “ascolti” dal tuo io.
Leon Tolstoj lo chiama “… l’io più autentico, divino, che vive in ogni uomo “. (Resurrezione 1899)
Tenerlo inascoltato, imbavagliato per troppo tempo, per una vita, ti priverebbe del “viaggio” più bello.
Anche se facilmente forzabile, il lucchetto di un diario segreto ha un forte significato: “QUESTE PAGINE SONO SOLO PER ME”.
Ci sono cose che non posso dire a nessuno. Sono, magari, solo sensazioni che ho provato “ascoltandomi” e che voglio fissare, non dimenticare. Le capirò meglio forse più tardi, un po’ più in là.
C’è anche un sistema per rompere il ghiaccio con la prima pagina, per esporsi meno direttamente: far parlare “un amico” al posto tuo.
Si può usare cioè la terza persona, il punto di vista esterno e far dire a “lui” ciò che non vuoi attribuire a te stesso.
Il diario svolge così la stessa funzione di “utile sfogo”, di “sicura caverna “dove rifugiarsi, pronti a uscirne fuori, quando il temporale è passato o magari a tornarci per ricordare.
Può aiutare anche un “amico immaginario” a cui confidare i propri pensieri. Impariamo da Anna Frank che affidò due anni della sua vita alla “cara Kitty”.
Anche se sono sicura che l’uso del diario sia una pratica molto utile e addirittura terapeutica nella crescita e formazione di una personalità, comporta una decisione personale.
Non ti consiglio pertanto di regalare un diario a tuo figlio così, come un oggetto qualunque: lo prenderebbe come un’intrusione, un forzato invito ad aprirsi.
Magari, se ce l’hai, leggigli qualche pagina del tuo giovanile o aggiornato diario.
Io ne conservo uno, piccolo, rosso, di simil-pelle, con lucchetto. Avevo diciassette anni. Poche pagine scritte per annotare un forte dubbio: a chi dei due corteggiatori dire disì!?
Non avevo altri problemi esistenziali, tranne un naso troppo lungo e” gobbuto “, ma non l’ho scritto mai. Era quella una sofferenza che dividevo solo con lo specchio del bagno e con un paio di occhiali da sole, così stretti che riuscivano a tirare in su quella punta di naso “a piscioinbocca “, dandomi un’aria quasi “alla francese” .
Anche se non l’ho affidata al mio diario, o forse proprio per questo, quella sofferenza è rimasta chiara nella memoria. Oggi ci rido sopra e condivido un po’ il pensiero della Simone de Beauvoir quando dice : “ Come è curioso tenere un diario: le cose che vi si tacciono sono più importanti di quelle che vi si annotano”
A cinquantasette anni ho preso un vecchio quaderno a quadretti, ne ho strappato le prime pagine usate e mi sono letteralmente “tuffata” a scrivere un diario.
“Nel boh del cammin” l’ho intitolato e, cercando di restare a galla sull’ onda dei ricordi, che mi volevano sommergere, ho scritto.
Sono emersi limpidi particolari della mia infanzia: dove giocavo, con chi, a quali giochi.
Gli amici dell’adolescenza. Le scelte più mature legate a situazione quotidiane, piccole ma risultate poi determinanti. La nascita delle figlie, tante gioie.
Poi ….di botto, basta!
Una malattia grave in famiglia.
Dopo tanto tempo mi sono accorta che non avevo più scritto nulla.
Quando il dolore si presenta col suo duro volto, non ce la fai a scriverlo, a descriverlo, perché non ce la fai neanche a chiamarlo: paura, rabbia, ribellione?
Quello è stato per me, il momento delle pagine bianche, che ti fanno alzare gli occhi, il tempo della penna abbandonata, del silenzio che ti fa pregare.
Poco pensare, molto sperare.
Sono sicura però che presto lo riprenderò in mano il mio diario. Se non altro per dare una risposta a quel giovanile dubbio: dei due corteggiatori ho detto sì a quello giusto!
Ti ho convinto?
Ci proverai?
Dai! Fallo anche tu.

